Libano

"Rise up in Palestinian refugee camps" - blog del gruppo di progetto nei campi profughi palestinesi in Libano

"We teach life, sir..."

by Fabrizio — last modified 01/11/2012 16:20

Trovo il componimento di Rafeef Ziadah estremamente appropriato per questo scenario. Siamo nel nord del Libano, vicino al confine con la Siria, a Nar-el-Barhed, campo alle porte di Tripoli, distrutto e militarizzato dal 2007 con il pretesto di debellare un nucleo terrorista dell'organizzazione Fatah-al-Islam, infiltratosi nel campo grazie all'appoggio politico di... e la connivenza delle altre forze politiche palestinesi (e non). Adesso comprendo meglio quel brivido di emozione che avevo sentito salire lungo la schiena nel vedere la bella giornalista palestinese recitare la sua poesia. Quei versi erano un distillato di dolore vero, di paura e rabbia represse e concentrate in poche parole dal sapore di fiele. E ora avevo davanti agli occhi quello stesso sdegno, pur cambiando la cornice: nella poesia si trattava di Gaza, violentata dai bombardamenti israeliani, qui invece le sevizie rimangono le stesse, ma siamo fuori dalla Palestina ufficiale.

-Today, my body was a TV’d massacre that had to fit into sound-bites and word limits filled enough with statistics to counter measured response.-

E' questo che sono costretti a fare in continuazione quei molti palestinesi che si ostinano a raccontare all'occidente fatto di regole, spot pubblicitari e tempi scenici, le sofferenze e le ingiustizie subite dai propri connazionali. Ma come si fa a imbrigliare il dolore di 64 anni di pulizia etnica nelle 1500 parole di un articolo, come si può non parlare di politica di fronte alla segregazione e dell'emarginazione di 3 generazioni di profughi??

-And these are not two equal sides: occupier and occupied.-

Io sarò in questo paese a tempo determinato, sono venuto a conoscere dal vivo la causa di un popolo e a valutare la fattibilità di una collaborazione con l'associazione palestinese CYC basata sulla parità e il rispetto reciproci, ma poi tornerò al sicuro nella mia pur “precaria” comodità occidentale...purtroppo questo ha ben poco di reciproco...condividere le lotte degli oppressi con in tasca il passaporto degli oppressori può risultare strano e semplice al contempo...le persone eccezionali che invece ho incontrato qui si sveglieranno in questo grottesco teatro anche nei prossimi giorni, dormendo in un container di latta circondato da scimmie in divisa e kalashnikov che danzano un sadico burlesque di morte...loro come fanno a conservare il buon umore, la dignità e l'umanità non tanto nel dramma della distruzione e dell'esodo forzato, quanto nella beffa dell'occupazione continua e scellerata, o del furto legalizzato di ogni loro ricchezza faticosamente costruita?! Appunto la dignità, nella disperazione e nella rabbia, con cui Abir ci indica uno spiazzo di terreno dove una volta sorgeva casa sua, ci riporta alla realtà, ai dettagli, troppo spesso trascurati, di questa drammatica situazione. Non si riesce neanche più ad identificare l'esatta disposizione dei vecchi edifici, non esiste più nulla che possa far supporre che li una volta vi fosse una costruzione: pilastri, fondamenta, armature..niente...cumuli di sassi non più grossi di un pugno, terra battuta ed erbacce a perdita d'occhio, nulla più! La stessa tecnica utilizzata nel 1948 dalle squadracce Stern e Haganah per ripulire l'alta Galilea e cancellare oltre 400 villaggi palestinesi dalle carte geografiche. Se poi non bastasse le poche strutture del campo di cui ancora permane un proto-scheletro mostrano anche i chiari segni degli incendi, appiccati sistematicamente da branchi di animali in mimetica dopo aver bombardato e razziato qualunque cosa avesse un valore.

-And between that, war crime and massacre, I vent out words and smile “not exotic”, “not terrorist”. And I recount, I recount a hundred dead, a thousand dead.-

Alcuni bambini palestinesi utilizzano le macerie di un palazzo abbattuto dai missili come scenario spettacolare per i loro giochi, li vedo muoversi in avventure fantastiche che, pur non riuscendo a definire spensierate, mi ricorda molto il film “Il labirinto del fauno” e riportano un pò di umanità in questo teatro di desolazione e crimine. Stiamo passando, casualità, proprio di fronte ad una delle sedi dell'esercito “occupante” che in questo gioco infantile finisce per farsi metafora vivente del bieco tentativo di strangolare giorno dopo giorno la vita del campo, minandone la resistenza e la speranza. Intanto nella testa risuonano ancora le parole pronunciate, meno 1 ora fa, da un commovente Abu Mujahed sul campo e sulla guerra del 2007, un vortice di sensazioni e frasi mi chiudono lo stomaco: non so se i cittadini di Nar-el Barhed potevano essere meno rinunciatari o fatalisti, come sostiene nonno Abu, non so neanche se Fatah-al-Islam fosse o meno un pretesto, visto che gli scontri con l'esercito regolare sono avvenuti realmente... so solo che in questa cornice polverosa solo un stolto potrebbe pensare di limitarsi a interventi di sostegno e ricostruzione, o a donare semplicemente qualche soldo per pulire via le macchie di sangue dalla propria complice coscienza occidentale. Gli interventi tecnici previsti dalla comunità internazionale, spesso dispendiosi e con costanti indotti economici rivolti all'occidente, “ricco e benevolo”, non rappresentano, come millantato dal migliore filone “apolitico” della cooperazione, un aiuto pratico e fattivo, ma l'ennesimo insulto sbattuto in faccia al popolo più ingiustamente discriminato della storia!! Non può infatti essere imbrigliato e quantificato negli schemi efficientisti di un tecnico, il valore di un caffè caldo, preparato da una anziana signora che ci ospita qualche minuto nella sua casa di 20mq...si respira invece quell'ospitalità contadina, ormai perduta in Italia, di chi pur non avendo niente, è felice di condividerlo con il prossimo...tutto ciò non è monetizzabile, non c'è posto per efficienze e “bottom line”, si tratta di vita, orgoglio e dignità...di relazioni umane.

Il giorno è breve, il giro anche di più, le strette di mano e i saluti sono un fulmine; sono già passato da attonito spettatore peripatetico di un dramma atavico a immobile passeggero di un taxi collettivo che “sfreccia” a 40km/h verso Beirut sotto una pioggia torrenziale. Mi piace immaginare che, se musicata, la nostra passeggiata per le “rovine del campo vecchio” avrebbe avuto le drammatiche sonorità di Marcel Khalifa, quando in “Ila Umi” (A mia madre) canta i versi del poeta Mahmoud Darwish. Intanto attraversiamo l'ennesima cortina di filo spinato di brevetto israeliano a difesa di quei “soldatini”, come li chiama Farshid, seduti con facce tronfie e ignoranti sui loro carri armati ai posti di blocco disseminati lungo la strada come schegge di vetro nella carne viva che con la loro presenza continuano a ferire nel profondo il corpo di una nazione e la dignità di un popolo... Per togliermi l'amaro in bocca, non faccio che ripetere nella mia testa le parole di un compagno palestinese di 21 anni (“di Nablus” ma nato a Shatila) conosciuto in una delle bettole del campo, immersi nel costante e denso fumo dei nârgil “..ma noi palestinesi siamo forti... noi palestinesi siamo più forti!”

-We Palestinians wake up every morning to teach the rest of the world life, sir.-

link: http://www.youtube.com/watch?v=aKucPh9xHtM

“Siamo stanchi di non voler sapere”

by Fabrizio — last modified 01/11/2012 15:25
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“Shokran habibi”, mi congedo dal simpatico venditore di falafel di Shatila con una busta trabordante di polpettine di ceci a forma di cuore e ci avviamo verso la zona del mercato. Uscendo dal perimetro dell'angusta cintura di cemento stretta intorno alla vita del campo,ci si ritrova subito a confine con i “southern suburbs”, i territorio di Beirut più strettamente controllati dai “nostri amici gialli”, una maniera simpatica di Farshid per nomnare Hezzbollah. Caotici ammassi di edifici, poveri e sudici ma ricchi di relazioni e di umanità, abitati in maggioranza da siriani, iraqueni, libanesi e armeni, si affacciano con irregolarità ai lati della strada che, provenendo dall'entrata principale sud, conduce al campo di Shatila. Si percepisce che l'atmosfera e l'architettura sono cambiate repentinamente, i palazzoni a 5-6 piani costretti nella trappola delle ragnatele di fili elettrici hanno lasciato il posto alle fatiscenti bettole mono piano e al mercato, oggetto sconosciuto nei bui vicoli del campo. In mostra ci sono dalle scarpe rubate alla droga, dai dolci tipici (Baklava e Kanafa) al pentolame. Abu Mujahed ci ha confessato proprio qualche sera fa che qui si può trovare tutto quel che si cerca, ma camminando nel caos panarabo di questo mercato, tra motorini senza targa che lambiscono i passanti e carrettini sbilenchi che avanzano incerti, non riusciamo a scorgere l'oggetto della nostra ricerca, il piazzale della grande mattanza del 1982, uno dei piazzali dell'orrore di quel lontano e tragico settembre. Dell'atmosfera della zona si intuiscono emarginazione e discriminazione, crimine e violenza ma non si percepisce con chiarezza l'urlo inascoltato che da almeno 30anni risuona in questa parte della città. Infatti il cimitero, se così vogliamo chiamarlo, in ricordo delle vittime innocenti della stupidità cieca delle bestie a servizio delle falangi, è nascosto dietro un doppio muro di banchetti ambulanti e mattoncini, lontano da sguardi curiosi e accessibile solo tramite un portoncino poco visibile nella confusione delle merci, che una volta individuato, varchiamo senza indugi.

Lo spettacolo che si apre dinanzi a noi in questo piccolo spiazzo è quello desolato di una decina di polli che razzolano tra erbacce incolte, cartelloni propagandistici contro le stragi israeliane in Libano, sempre dei “nostri amici gialli”, un banchettino fatiscente che probabilmente un tempo ospitava frutta e verdure, qualche murales sbiadito e una piccola lapide con delle scritte in arabo... una semplice lapide di marmo bianco quasi nascosta dall'incuria e dagli arbusti è tutto ciò che onora il ricordo di quell'orrore... una tomba collettiva, anonima, senza privacy ne identità, triste metafora della vita stessa nel campo per chi è sopravvissuto alla mattanza. Più di 1000 persone sono state sepolte in questo incolto anfiteatro della vergogna...una fossa comune che macchia di indelebile rosso il sempre immacolato camice della comunità internazionale... resti sterili senza nome ne volto accatastati alla rinfusa che ricordano la follia dei fascisti cristiani e la colpevolezza di un esercito di padri di famiglia e studenti in servizio di leva, che ha permesso e forse organizzato la strage. E' amaramente ironico pensare che neanche da morti vi sia per queste ossa, troppo spesso dimenticate, la dignità di una identità, di un luogo proprio dove riposare dopo un'esistenza di ingiustizie e soprusi. Perché la storia che ci raccontiamo in occidente non dovrebbe ricordarsi delle loro vite, delle loro lotte, della loro morti mentre i carnefici ricevono spesso, non solo l'affetto e le lacrime dei loro cari, ma anche quello di intere nazioni durante i funerali di Stato? Da quando abbiamo rinunciato alla memoria come strumento attivo di lotta e di consapevolezza civica?!?

Sarà la suggestione ma mi sembra che gli schiamazzi della strada non siano ben accetti in questo piccolo spazio, l'ambiente è denso, pesante, umido, un paio di grandi alberi, a contorno, incorniciano con i loro rami frondosi l'intera scena, in uno straziante e muto pianto di sdegno. Subito dopo il massacro questa zona era stata abbandonata e convertita in discarica, simbolo amaro della trasversale considerazione dei politici libanesi per questo popolo. E' stata poi sottratta con fatica al degrado e ai topi, dall'impegno e dalla passione, nella mediazione appunto con Hezzbollah, del giornalista de Il Manifesto Stefano Chiarini, il cui ricordo sui muri di Shatila è infatti sempre vivo accanto a quello degli eroi della resistenza palestinese.

Così assorto nei miei pensieri per poco non vengo investito da un rottame su ruote che un tempo doveva venir chiamato Mercedes. Intanto la fragranza di pastella fritta e miele caldo arrivate ai miei sensi, forestieri in questi luoghi, mi ridestano definitivamente dalle distanti elucubrazioni di poco prima. Noto così un'orda di avidi tacchini che razzola nel residuo umido di uno slargo usato per la raccolta dei rifiuti, surreale suggestione estetica della storia dell'azione dei nostri stati coloniali in medio oriente, proprio sotto uno dei tanti edifici del campo sforacchiati da proiettili e missili, sicuramente non “intelligenti” ma spesso fin troppo precisi.

Intanto si è raggiunta la meta della nostra breve passeggiata mattutina, l'ambasciata del Kuwait, quell'edificio a 7 piani che durante il massacro del 1982 fu la sede del PCA (Posto di Comando Avanzato) israeliano. Come raccontato nell'impeccabile libro di Kapeliouk, “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro”, la fossa comune pocanzi descritta, che i falangisti scavarono in fretta e furia a sud-est di Shatila, è a soli 300-500 metri dal famoso tetto, chiaramente visibile dall'alto e posizionata nel settore più coinvolto dai massacri. I palazzi sorti in questo trentennio ne offuscano un po' la netta evidenza, ma risulta tuttora palese la portata favolistica delle conclusioni del noto “Rapporto Kahane” per cui “non si poteva vedere, dal tetto del PCA, ciò che avveniva all'interno dei campi nel settore dove le falangi erano penetrate”.

Solo la vista di un piccolo “Handala” sbiadito su un muro mentre torniamo verso la guesthouse mi restituisce per un attimo il sorriso, come sempre non si gira a guardare questa infamia, ma comunque rimane, e con la sua presenza muta e ostinata, testimonia e denuncia la sofferenza di un popolo troppo spesso dimenticato...forse è anche questo una delle ragioni per cui siamo qui a passeggiare per Beirut invece di rimanercene a Roma circondati dalla nostra comoda ignoranza e dalle nostre certezze incrollabili...o almeno così mi piace pensare in questi momenti...